Educare a una pace disarmata e disarmante

Internet non è un semplice mezzo di comunicazione, è anche un ambiente in cui la realtà prende altre forme, spesso distanti dal reale, spesso funzionali ad orientare opinioni e comportamenti. 
L’intelligenza artificiale poi moltiplica le possibilità, rendendo indistinguibile ciò che è reale da ciò che è prodotto artificialmente.
Questi processi hanno effetti profondi sul pensare, sul vivere e sulla politica, dove il confronto democratico rischia di essere ridotto alla rapidità dei post sui social.

Perciò educare alla pace nell’epoca digitale significa anche educare alla verità, alla responsabilità e al discernimento, affinché la Rete e l’intelligenza artificiale non siano strumenti di divisione, ma luoghi in cui custodire la dignità della persona e costruire la fraternità umana. 
Ciò richiede però una visione chiara della persona, della sua dignità, dei suoi limiti e delle sue possibilità, per distinguere ciò che favorisce l’umano da ciò che lo ferisce.


In questo quadro di fratture e conflitti internazionali l’Unione Europea testimonia che un’altra strada è possibile. Oggi essa è oggetto di critiche radicali ed ostacolata, ma va ricordato che è il frutto di un lungo e faticoso percorso storico e politico, nato con la fine della Seconda guerra mondiale, quando quel che restava dell’Europa erano solo le macerie delle città, effetti spaventosi di un nazionalismo fattosi distruzione dell’altro.

Nei decenni la Comunità Economica Europea prima e l’Unione Europea poi hanno operato per superare logiche di conflitto fra popoli e Stati, per dare forma a uno spazio in cui vivere, lavorare, studiare, progettare futuro, vedendosi riconosciuti come persone umane, coi diritti e i doveri che tale dignità comporta.
Certo, il processo è incompiuto e non manca di contraddizioni, ma in un tempo in cui si torna a invocare conflitti, a guardare all’altro solo come nemico e minaccia è importante proseguire il cammino di quanti, dopo la guerra, scelsero con coraggio una via di pace da costruire insieme.


Quando la violenza si fa strada nell’immaginario collettivo e nelle nostre vite, fino ad arrivare alla sfera familiare, ricercare vie diverse può apparire come un sogno. Eppure non possiamo accettare che nella quotidianità di tanti giovani, nello sport, nel linguaggio della politica, fino ad arrivare alla criminalità organizzata, la violenza diventi cultura dominante, parte di una normalità in cui diventa abituale anche la guerra.
Educarci alla pace significa guardare in modo diverso ai conflitti, realtà che appartengono all' quotidianità umana, ma da gestire con saggezza perché siano occasioni di crescita in umanità.
È una sfida che investe anche la cura di sé e del proprio sentire: che significa «disarmo del cuore»? come imparare a gestire la rabbia senza lasciarla prevalere? Essa tocca le relazioni familiari e quelle sociali e interessa la comunicazione nello spazio pubblico, nella politica e nei mondi social.


La pace ha bisogno di memoria; perciò occorre andare alle testimonianze che con forza ad essa orientano, a partire dalla Scrittura, fonte e riferimento dell’agire cristiano.
Nel primo racconto della creazione, nel mondo desiderato da Dio regna la pace. Ogni creatura è buona, è bene, ma cosa succede se Dio sottrae lo sguardo?
Il Dio della Bibbia è il Vivente, creatore, pieno di passione e amante della vita, ma anche potenzialmente capace di violenza. Non solo conosce violenza e guerra, ma ne è perfino tentato: così manda il diluvio per castigare corruzione e malvagità, così aiuta il suo popolo in guerra.
Ma quello che rivela nel corso della storia è il volto di un Dio che non cessa mai di offrire la sua pace, possibilità di realizzare una vita piena, a prescindere dai comportamenti umani. La Scrittura non permette di riposare su un ideale astratto di pace: essa è frutto di lotta e di cura, anche in Dio, cura perché ogni vivente si rigeneri e si apra al futuro.


Se la pace è il desiderio originario di Dio e quello più profondo di ogni vivente, la storia umana è però intrisa di violenza, originata dal peccato, causa di ogni disordine. 
Questo mostra la Genesi, narrando come l’uomo entra in conflitto con sé stesso, si accorge di essere nudo e si nasconde perché ha paura dello sguardo di Dio; accusa la donna, carne della sua carne, rompe l’armonia con il creato. In Abele arriva ad uccidere il fratello. L’istinto di affermarsi a scapito della vita altrui è forte. A Babele il primo peccato giunge all’estremo nella sua forma sociale,
la famiglia umana viene frantumata nella sua unità.

Dio però non abbandona le creature e dona al suo popolo la Legge, direzione di vita e criterio di giustizia. È una legge che tiene conto delle condizioni asimmetriche delle persone e tutela chi è più debole, limitando le possibilità del più forte, che avrebbe potere e mezzi per esercitare la violenza senza limiti. La pace di Dio non è frutto di legalismo, di correttezza formale. 
È sovrabbondanza.


Al cuore della Legge si trova una parola di vita, netta: «Non uccidere». Difficile da coniugare nella complessità della storia, ma indica una direzione, un orizzonte di beatitudine che possiamo accogliere. La storia della salvezza è costellata di martiri di pace e nonviolenza, prefigurazione di Cristo, che va oltre: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio».

Cristo, che si è addossato il male e la violenza ingiusta, senza cedere alla tentazione di autodifendersi o imporre la propria supremazia, redime la fraternità infranta. La sua pace ha origine nel riconoscimento che ogni persona è figlia di Dio, anche i nemici: fratello, sorella, finalmente a casa, quella casa che Dio ha preparato dall’inizio, dove abita la giustizia, e dove i desideri di pace che salgono dal cuore degli uomini sono saziati. 

In questa prospettiva, nella speranza, possiamo operare pace anche in tempi di violenza.


Le ricche indicazioni della Scrittura sulla pace sono state recepite nel tempo dalle Chiese in percorsi articolati. Se i primi secoli vedono testimoniare che la vita cristiana non è compatibile con la guerra e nel medioevo Ordini come quello di san Francesco diffondono una cultura della pace, la tradizione teologico-morale della Chiesa cattolica si è a lungo basata sulla teoria della ‘guerra giusta’. Essa affonda le radici in sant’Agostino e ha trovato approfondimenti in san Tommaso d’Aquino, che aveva posto tre condizioni morali necessarie a tal fine.
Questo teorema è stato tramandato nei manuali di teologia fino al Novecento quando, alla luce delle trasformazioni della società e delle guerre, che sempre più coinvolgono anche popolazioni e territori, si è resa necessaria una seria revisione. Altro è la guerra all’epoca di Agostino fatta con spade e frecce, altro il passaggio alle armi da fuoco nel XV secolo, altro l’uso di armi nucleari nella Seconda guerra mondiale o la guerra contemporanea con droni, satelliti e intelligenza artificiale.


La pace non è solo assenza di guerra. Papa Giovanni nella Pacem in Terris sottolinea il legame inscindibile con i diritti umani delle persone e dei popoli e Paolo VI ricorda nella Populorum progressio che povertà, ingiustizie, violenze e umiliazioni provocano tensioni e rendono precario ogni tentativo di riconciliazione. A Paolo VI si deve l’istituzione a partire dal 1° gennaio 1968 della Giornata Mondiale della Pace. Anche la Conferenza Episcopale Italiana ha accompagnato questo tempo con preziose riflessioni, come la Nota pastorale Educare alla pace del 1998: in essa si evidenziano già tutti i problemi della società attuale e si indica come possano essere affrontati solo da una comunità riconciliata, che sappia incontrare le persone con atteggiamenti di amore e «compagnia». 
La fede non può essere bandiera per identificare il «nemico» da eliminare, favorendo posizioni che portano all’odio per l’altro. “Soprattutto, la Chiesa italiana ha individuato nel compito educativo il suo ruolo fondamentale per formare coscienze di pace.”


Nelle guerre della storia hanno spesso avuto peso fattori confessionali-religiosi. Eppure le religioni hanno in sé enormi potenzialità di pace da valorizzare e custodire. Su questa base si è mosso fin dai primi decenni del Novecento il movimento ecumenico, per tracciare percorsi di riconciliazione tra le chiese cristiane e di dialogo con le altre religioni. Fondamentale l’incontro di preghiera per la pace tenutosi ad Assisi nel 1986; allo «spirito di Assisi» si ispirano gli incontri internazionali della Comunità di Sant’Egidio. In Italia solo per citare alcuni passi in questa direzione, si ricordano la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei del 17 gennaio, il cui avvio risale al 1990 e la Giornata del 27 ottobre celebrata a partire dal 2001 per il dialogo cristiano-islamico. Dedicato alla pace il recente Appello alle Istituzioni Italiane, ai cittadini e ai credenti firmato il 29 agosto 2025 dal presidente della CEI cardinale Zuppi e dalle massime autorità delle Comunità ebraiche e musulmane.


L’indicazione che emerge è chiara: più che dibattere sulla liceità della guerra, si tratta di costruire pace. Occorrono artigiani di pace, soggetti che dal cuore pacificato sappiano trarre le energie per operare per essa a tutti i livelli, con coraggio e creatività. È una responsabilità che interpella in modo forte i credenti: la pace è un elemento centrale del messaggio evangelico.
Tra i tanti testimoni importanti in tal senso ricordiamo due Vescovi: mons. Luigi Bettazzi (1923-2023) e mons. Tonino Bello (1935-1993), dai quali viene - insieme al movimento Pax Christi di cui sono stati presidenti - un richiamo forte e continuativo al contrasto alla guerra e alla corsa agli armamenti. Richiamo più che mai necessario in questo nostro tempo, che vede diffondersi a tanti livelli una vera e propria «cultura della guerra», che rende inderogabile per le nostre comunità l’impegno ad un’educazione alla pace.


«Auspico che ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro».

Così Papa Leone, invitando ogni comunità a diventare una “casa della pace”, dove si impara a superare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace è una via umile, fatta di gesti quotidiani; essenziale educare all’ascolto, all’alterità, alla riconciliazione, alla gestione e risoluzione nonviolenta dei conflitti, al prendersi cura inteso come ‘farsi carico’ o ‘prendere a cuore’. Non si tratta di rispondere a una sensibilità: è via maestra per rispondere alla chiamata di Gesù Cristo e al suo insegnamento. La nonviolenza non è semplice presa di distanza dall’uso della forza o resa di fronte alla violenza, ma una visione dell’esistenza e delle relazioni animata dall’amore che Gesù stesso ha insegnato: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori».


La pace si fa prima di tutto nel quotidiano. La famiglia è il primo luogo in cui si pratica il superamento dei conflitti. E’ del resto la famiglia che introduce la fraternità nel mondo - rilevava papa Francesco - e questa prima esperienza di fraternità, nutrita dagli affetti e dall’educazione, si irradia sull’intera società.
Anche alla scuola si chiede una quotidiana pratica di comunità educante, che faccia emergere l’importanza e la bellezza delle relazioni. Qui diventa necessaria una prospettiva più realistica per lo studio della storia: non mera successione di guerre, ma esame critico di dinamiche e possibilità. La storia è fatta di vita e di vite che vi partecipano, talvolta subendone le conseguenze, talvolta contribuendo a processi di liberazione e cambiamento. Per una cultura di pace è essenziale coltivare tale memoria: la storia ha visto momenti drammatici, talvolta veri e propri genocidi; occorre ricordarli, assieme ai momenti di riconciliazione e di speranza.


L’educazione alla pace richiede una prospettiva della realtà umana che superi elementi dati per scontati. La prima sfida è quella di delegittimare la violenza. Violenza che sta assumendo centralità negli scenari internazionali e nel dibattito pubblico quasi fosse una realtà a cui non resta che adeguarsi.
Nella Scrittura cogliamo un atteggiamento ben diverso: pur riconoscendone la presenza, essa orienta al suo superamento. L’altro che mi sta dinanzi può essere scomodo e conflittuale, ma io ne sono comunque compartecipe e responsabile. L’essere umano è creato per una libertà che è soprattutto compito di cura, che è responsabilità per la libertà degli altri. Nessuno spazio per la violenza, né nelle relazioni interpersonali, né nella vita associata. Nitido il no a ogni linguaggio e pratica d’odio. La cultura del rispetto deve diventare grammatica quotidiana: con le persone così come col creato vanno superati approcci violenti e sfruttatori, per orientarsi invece alla cura.